Per una nuova radicalità anticapitalista *
(Né rossi né bruni: una proposta politico-culturale alle minoranze antisistema)
Marino Badiale **
Università di Torino
PARTE PRIMA
1. Introduzione.
Il mondo contemporaneo sembra andare nella direzione di una profonda crisi di civiltà. Gli sviluppi degli ultimi decenni ci parlano di una realtà naturale resa sempre più velenosa e pericolosa per gli esseri umani, di una realtà politica internazionale dominata da guerre e violenze, di società nazionali sempre più disgregate sul piano economico e sociale. Anche il rapido sviluppo economico di importanti paesi, che viene portato come esempio positivo, mostra a ben vedere un volto poco rassicurante in termini di degrado ecologico e conflitti per il controllo delle risorse.
Tutti questi elementi ci fanno pensare che sia ragionevole la tesi di Jared Diamond, quando, riflettendo su esempi storici di crisi di civiltà, ipotizza per il nostro mondo non “uno scenario apocalittico, con l’estinzione della razza umana e il catastrofico collasso della civiltà industriale”, ma piuttosto “un futuro caratterizzato da standard di vita significativamente inferiori a quelli odierni, da rischi cronicamente superiori e dalla crisi di quelli che consideriamo alcuni dei nostri valori-chiave”[1].
In questo contesto, le tradizionali contrapposizioni politiche, che nei paesi occidentali si sono sedimentate attorno a quella, fondamentale, di destra e sinistra, appaiono ormai inutili e prive di significato. I ceti politici, di destra, di centro e di sinistra, che si alternano al governo dei paesi occidentali, si contrappongono su questioni di carattere limitato e su giochi di immagine, ma non esprimono in alcun modo idee diverse sulla direzione in cui si muovono le nostre società. Non sanno o non vogliono far nulla per contrastare realmente la crisi di civiltà verso la quale ci stiamo muovendo, e rappresentano solo un ceto di amministratori ben pagati dell’esistente, incapaci di concepire il mutamento profondo che appare necessario.
Questo saggio è stato scritto a partire dalla convinzione che contrastare la crisi di civiltà verso la quale ci stiamo dirigendo implichi la critica drastica dell’organizzazione sociale ed economica capitalistica che si è ormai estesa all’intero pianeta, e che, di conseguenza, sia vitale oggi far nascere un’area sociale di radicale opposizione culturale e politica al capitalismo e all’imperialismo. Si tratta di una posizione che nell’immediato è ultraminoritaria, ma che, se adeguatamente sviluppata, ha la possibilità di aggregare larghe fasce della popolazione, in considerazione del lento peggioramento della qualità della vita cui stiamo assistendo, e che si accentuerà in futuro. Uno dei possibili punti di partenza di una aggregazione sociale e culturale anticapitalistica è rappresentato dalle minoranze che già adesso si esprimono in termini di anticapitalismo e antimperialismo. Si tratta degli ambienti dell’estremismo di destra e di sinistra. Questo saggio rappresenta una proposta politico-culturale rivolta a tali minoranze, nella prospettiva della nascita di un’area di opposizione anticapitalista che possa incidere sul piano culturale e, in un secondo momento, sul piano politico. Iniziamo col rivolgerci agli ambienti abitualmente classificati come “estremisti” nella speranza di una loro evoluzione che li porti a superare tale caratterizzazione, e ad elaborare una visione culturale e politica che sappia rivolgersi a larghe fasce di cittadini. Questo saggio vorrebbe rappresentare un primo spunto per tale elaborazione.
Tenteremo per prima cosa una critica della contrapposizione fra estremismo di destra ed estremismo di sinistra. Si tratta di una contrapposizione che è espressione della contrapposizione di fascismo e antifascismo, fondamentale nel mondo successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Cercheremo di mostrare come tale contrapposizione si sia ormai esaurita. In seguito porteremo alcuni argomenti a favore della tesi che la risposta a tale situazione (tendenziale crisi di civiltà, esaurimento della contrapposizione fascismo/antifascismo) non sia quella di alleanze “rossobrune” fra estrema destra ed estrema sinistra, ma piuttosto quella di un dissolvimento delle contrapposte identità politiche e della nascita di una nuova identità anticapitalista, non più definibile in termini delle contrapposizioni di destra e sinistra, fascismo e antifascismo, comunismo e anticomunismo.
2. Fine dell’antifascismo.
La Resistenza antifascista rappresenta oggi una fonte di ispirazione morale e culturale, ma non ha più alcuna attualità nella definizione di concreti obiettivi politici. Il motivo è semplicissimo: l’antifascismo è definito dall’essere opposizione e contrasto al fascismo. Ma oggi non c’è nessun fascismo cui opporsi. Questo è un semplice dato di realtà, sul quale ci sarebbe in linea di principio poco da dire. Poiché però tale affermazione contrasta un sentire diffuso a sinistra, conviene approfondire la questione.
Innanzitutto una precisazione: dicendo che non c’è alcun fascismo da contrastare non si vuol dire che non esistano individui che si definiscono fascisti, o che non esistano partiti e movimenti che al fascismo fanno riferimento, più o meno esplicito. Si intende piuttosto dire che il fascismo non esiste sul piano della realtà concreta, della lotta politica per il potere reale nelle nostre società occidentali. Fascismi e fascisti sono realtà ultraminoritarie, residuali, di nessuna importanza sul piano politico. E non c’è nessun elemento per pensare che, in tempi ragionevoli, essi possano uscire da questa condizione e ridiventare una forza politica effettiva.
La nostra tesi è che non c’è oggi nessun “pericolo fascista” contro il quale debba mobilitarsi l’antifascismo. Ci sono, certo, nella realtà contemporanea dei paesi occidentali, vari tipi di fenomeni che possono ricordare alla lontana alcuni aspetti fenomenologici del fascismo, come la crescita di forme di razzismo (diretto principalmente contro gli immigrati) o la caduta, nell’opinione pubblica occidentale, del tabù contro la guerra di aggressione. Ma si tratta di cose ben diverse dal fascismo, che possono essere accomunate ad esso solo per la pessima abitudine, un tempo diffusa a sinistra, di chiamare fascismo i più diversi tipi di violenza politica. Il fascismo storicamente esistito è infatti espressione di una violenza di massa esercitata dai ceti medi contro un movimento di sinistra delle classi subalterne, e sua condizione storica irrinunciabile è una grande omogeneità sociale e culturale dei ceti medi, che tradizionalmente si esprimeva in una cultura conservatrice, nazionalista, religiosa, patriarcale. Mancano oggi entrambe queste condizioni, che si avevano invece nell’Italia dei primi anni Venti e nella Germania dei primi anni Trenta. Da una parte le classi inferiori non esprimono nessun movimento che possa mettere in crisi l’attuale struttura economica e sociale, dall’altra l’evoluzione sociale ha cancellato, da molto tempo, ogni omogeneità dei ceti medi, al cui interno si possono trovare oggi le situazioni sociali più diverse e i valori più conflittuali.
Mancano così al fascismo sia la sua base sociale e culturale, che era rappresentata dai ceti medi conservatori, sia il sostegno dei ceti dominanti, che sono disposti ad appoggiare il fascismo di fronte alla sfida lanciata da un movimento di sinistra in grado di mettere in questione le fondamentali strutture sociali ed economiche. E’ vero che siamo in presenza di un lento peggioramento delle condizioni di vita di molte persone, ma in mancanza di movimenti politici che cerchino seriamente di combattere il capitalismo odierno, gli attuali ceti dirigenti non hanno nulla da temere, e possono continuare a gestire la situazione, facendo pagare il costo delle crisi agli strati subalterni senza ricorrere al pericoloso aiuto del fascismo. Detto in maniera più chiara: oggi i ceti dirigenti capitalistici non hanno nessun bisogno di un Mussolini (Benito), avendo già a loro disposizione Prodi e Berlusconi, Fini e D’Alema, Veltroni e Casini, Bertinotti e Bossi, Diliberto e Mussolini (Alessandra). Il circo politico-mediatico abbonda di servi variamente colorati, disposti a gestire la realtà sociale in modo da non disturbare gli affari dei potenti. Se questa situazione dovesse cambiare, in un futuro adesso imprevedibile, la reazione delle classi dominanti non sarebbe comunque il ricorso al fascismo, per il quale manca, come abbiamo detto, la base sociale e culturale.
3. Riti identitari.
Nel seguito di questo saggio approfondiremo queste analisi, e cercheremo di delineare almeno le linee generali di una proposta politico-culturale che tenga conto delle novità storiche che dobbiamo fronteggiare. Prima di fare questo, ci sembra necessario criticare almeno alcuni degli aspetti più chiaramente sbagliati del modo in cui l’estrema sinistra si rapporta all’estrema destra. E per prima cosa occorre criticare con la massima chiarezza e decisione quello che viene chiamato, nel gergo dell’estrema sinistra, “antifascismo militante”. Si tratta della scelta politica di contrastare in tutti i modi le manifestazioni pubbliche dell’estrema destra: sia con pressioni sulle autorità locali, sia con contromanifestazioni che degenerano facilmente nello scontro di piazza. Se è chiaro quanto abbiamo fin qui detto, appare evidente come questa scelta di contrasto totale, di “tolleranza zero”, appaia completamente stupida. La destra radicale è oggi una realtà ultraminoritaria, di nessuna rilevanza politica, le sue manifestazioni portano in piazza poche decine o poche centinaia di persone, e non si vedono segnali che questa situazione possa cambiare in futuro[2]. Queste considerazioni di per sé dovrebbero far nascere forti sospetti verso la posizione di chi ritiene accettabile lo scontro di piazza per impedire iniziative di nessuna rilevanza politica. Ma c’è di più. C’è il fatto che mentre l’estrema sinistra si balocca con l’antifascismo militante, i governi di centrosinistra e le forze politiche che li sostengono, compresa la cosiddetta “sinistra radicale”, accettano di essere i gestori di politiche economiche, sociali, militari, devastanti per i ceti subalterni del nostro paese. I governi di centrosinistra accettano o favoriscono la distruzione dello stato sociale, la precarizzazione del lavoro, la riduzione della politica ad affare privato di una casta di privilegiati, non fanno nulla per contrastare il predominio della criminalità organizzata, collaborano alle aggressioni militari Usa, sono corrivi verso la politica dello Stato sionista. Ma le varie realtà che sostengono la politica dell’antifascismo militante (centri sociali, gruppetti vari di estrema sinistra) ritengono in generale possibile mantenere aperto un canale di rapporti, magari conflittuali, con i rappresentanti delle forze della sinistra (moderata o radicale), che sostengono questi governi. Appare così in massima evidenza il carattere onirico, completamente slegato dalla realtà, della politica dell’antifascismo militante. Infatti, nella realtà succede che precise scelte politiche da parte dei vari partiti di sinistra portano a conseguenze reali e concrete, conseguenze che disegnano una realtà sociale totalmente contraria a quegli ideali che l’estrema sinistra dice di avere; nella realtà succede anche che esistono piccoli movimenti di estrema destra di nessuna importanza e nessuna rilevanza. Se questa è la realtà, è evidente quale siano le scelte politiche razionali, per chi propugni gli ideali che l’estrema sinistra dice di avere: rottura netta e definitiva con tutte le forze politiche che sostengono i governi di centrosinistra, opposizione intransigente a tali governi, indifferenza verso le insignificanti realtà politiche di estrema destra. Ma non è questa la politica dei sostenitori dell’antifascismo militante. Ne concludiamo che l’antifascismo militante è una politica completamente slegata dalla realtà, completamente onirica e irrazionale. Resterebbe da capire a quali impulsi risponda. Detto in breve, esso sembra una conseguenza del fatto che per la sinistra, moderata, radicale o estrema, conta molto di più l’appartenenza della verità e della realtà. La sinistra, anche estrema, ritiene possibile discutere con D’Alema ma non con l’estrema destra perché in sostanza D’Alema, indipendentemente da quello che fa, appartiene alla “nostra tribù”, mentre l’estrema destra è per tradizione la tribù nemica. Le manifestazioni dell’antifascismo militante, che arrivano agli scontri di piazza per impedire un raduno di qualche decina o qualche centinaio di fascisti privi di qualsiasi peso politico, sono in sostanza riti tribali nei quali la tribù ribadisce la propria identità tramite la rappresentazione spettacolare dell’ostilità verso la tribù avversaria[3].
Un altro aspetto di questa politica antifascista da criticare con fermezza è l’incapacità, da parte dell’estrema sinistra, di accettare un dialogo intellettuale con gli intellettuali dell’estrema destra, o provenienti da quell’area. Stiamo parlando adesso, si badi bene, di dialogo e confronto intellettuali, non di alleanze politiche. Dovrebbe essere ovvio che il dialogo e il dibattito intellettuali si fanno, in linea di principio, con tutti. Nel caso dell’estrema destra, o di persone provenienti da quell’area, gioca a favore di questo dialogo il fatto che su molti temi c’è una evidente assonanza fra le posizioni apparentemente contrapposte: critica dell’imperialismo Usa, critica del capitalismo e del modello umano che esso propone, antisionismo, ecologismo: su tutti questi temi ci sono affinità fra settori dell’estrema destra, o persone provenienti da tale area, e settori dell’estrema sinistra, affinità che suggeriscono come un confronto e un dialogo intellettuali potrebbero avere qualche utilità. L’estrema sinistra appare invece totalmente chiusa rispetto a un dialogo di questo tipo. Questa chiusura è tanto più incomprensibile quando è rivolta verso intellettuali che, pur provenendo dalla destra radicale, hanno da tempo dichiarato il proprio superamento di quella appartenenza. Molto spesso intellettuali di questo tipo (come Marco Tarchi o Alain de Benoist) vengono criticati non per quello che dicono ma perché si suppone un loro essere “di destra” a prescindere dalle loro prese di posizione pubbliche, come se queste ultime rappresentassero una specie di inganno.
Cerchiamo adesso di capire quale sia l’errore in questo atteggiamento. Si tratta di una profonda incomprensione di cosa sia una discussione razionale. In una discussione razionale si confrontano argomenti, non persone. Si discute della validità di una tesi, degli argomenti che la sostengono e di quelli che la combattono, non di cosa pensano “veramente” le persone che esprimono quelle tesi e quegli argomenti. La persone, i singoli individui, nella discussione razionale esistono solo come individui che esprimono argomenti. Per dirlo nella maniera più chiara possibile: in una discussione razionale, ognuno è quello che dice di essere.
Facciamo un esempio. E’ noto che la teoria cosmologica oggi più accreditata è quella del big bang, ed è noto che in passato era stata avanzata una teoria alternativa, quella dello stato stazionario. Tale teoria è stata abbandonata di fronte all’evoluzione delle scoperte empiriche e delle analisi teoriche che portavano argomenti a favore della teoria del big bang. Possiamo immaginare convegni scientifici nei quali i sostenitori delle due teorie si danno battaglia, e nei quali, col passare degli anni, le voci a sostegno della teoria dello stato stazionario diventano sempre meno numerose. Immaginiamo ora un convegno di astrofisica nel quale l’ultimo grande sostenitore della teoria dello stato stazionario, il professor X, prende la parola per dichiarare che la mole di dati sperimentali a favore della teoria del big bang, come pure la difficoltà di inquadrarli sul piano teorico all’interno della teoria dello stato stazionario, lo hanno convinto ad abbandonare quest’ultima per abbracciare la prima. Quale sarebbe la reazione della comunità degli studiosi? E’ chiaro che vi possono essere reazioni diverse: qualcuno dirà “finalmente un grande scienziato come il professor X si è convinto della verità delle nostre teorie e ci aiuterà a svilupparle”, qualcun altro penserà “finalmente il vecchio rimbambito ha capito di aver detto un mucchio di cavolate, meglio tardi che mai”. E’ però assolutamente certo che nessuno farà mai un discorso di questo genere: “attenzione perché il professor X ha detto di aver cambiato idea ma in realtà questo non è vero, la sua è solo una finzione, egli vuole infiltrarsi nelle file dei sostenitori del big bang per qualche sua oscura manovra”. Una reazione del genere è assolutamente impensabile: se il professor X dichiara di abbracciare la teoria del big bang, non c’è assolutamente altro che deve fare, per essere considerato un sostenitore della teoria del big bang. Non deve portare nessun’altra prova: in un dibattito razionale ognuno è quello che dice di essere. Ed è lo stesso in un dibattito razionale sulla politica: ognuno è quello che dice di essere, è fascista chi dice di esserlo, cioè chi porta argomenti a favore del fascismo, così come è comunista o liberale, nazionalista o antisemita chi dice di esserlo.
E tutto questo è legato alla natura profonda del lavoro intellettuale, che è lavoro di pensiero e parola. L’azione di un intellettuale consiste nelle sue parole. Un intellettuale studia un problema, ci ragiona, arriva a delle conclusioni, le esprime con scritti e discorsi, e spera così di convincere qualcuno. Se ci riesce, è questa la sua azione. Tutta l’azione dell’intellettuale consiste nell’opera di convinzione tramite la parola. L’azione dell’intellettuale, in quanto tale, è tutta pubblica. Non c’è nulla di nascosto. Perciò se un intellettuale afferma pubblicamente, in scritti e discorsi, di aver abbandonato la destra, egli non è più di destra, e non deve portare nessun’altra prova. In un dibattito intellettuale, ognuno è quello che dice di essere.
* Ringrazio Massimo Bontempelli per i suggerimenti che mi hanno permesso di correggere alcune imprecisioni. Tutte quelle rimaste sono ovviamente mia esclusiva responsabilità.
[1] J.Diamond, Collasso, Einaudi 2007, pag.9.
[2] E’ vero che talvolta vi sono episodi di violenze e aggressioni provenienti da ambienti dell’estrema destra. Data l’insignificanza politica dell’estrema destra, si tratta in sostanza di problemi di ordine pubblico, che vanno affrontati chiedendo agli organi dello Stato preposti alla sicurezza dei cittadini di fare il loro mestiere.
[3] Il fatto che la sinistra abbia a proprio fondamento un meccanismo di appartenenza che oscura la comprensione della realtà è stato analizzato in un recente testo, al quale mi permetto di rimandare: M.Badiale-M.Bontempelli, La Sinistra rivelata, Massari 2007.
** Marino Badiale è docente di analisi matematica presso l'Università degli Studi di Torino. Ha pubblicato libri e articoli di riflessione su diversi aspetti della cultura e della politica contemporanee. Di recente è uscito, in collaborazione con Massimo Bontempelli, il testo "La sinistra rivelata", edizioni Massari 2007.
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