(Né rossi né bruni: una proposta politico-culturale alle minoranze antisistema)
di Marino Badiale
PARTE SECONDA
4. Il capitalismo assoluto.
L’argomentazione che abbiamo svolto nel secondo paragrafo ci serviva a mostrare come una delle coppie tradizionali attorno alle quali si è organizzato il discorso della politica nel secondo dopoguerra, appunto quella fascismo/antifascismo, sia inutile e vuota, almeno nell’attuale fase storica. Abbiamo altrove argomentato sullo svuotamento di altre opposizioni di questo tipo, come quella destra/sinistra[1], o quella comunismo/anticomunismo[2].
E’ chiaro che l’esaurimento di queste categorie apre uno spazio a varie proposte politiche e culturali. Una di queste è rappresentata dalle alleanze “rossobrune”: una volta che l’opposizione fascismo/antifascismo perde di significato, può avere senso tentare un’alleanza fra destra e sinistra estreme, basandosi su alcuni temi comuni (anticapitalismo, antimperialismo, antisionismo). Considero completamente sbagliata questa proposta. Nel resto di questo saggio intendo offrire alcune idee generali per una proposta completamente diversa.
Il punto di partenza di una nuova proposta politico-culturale deve naturalmente consistere in una visione sintetica dei caratteri fondamentali dell’attuale fase storica. La tesi fondamentale alla base di questo saggio consiste nel caratterizzare l’attuale fase storica come “capitalismo assoluto”. Con tale espressione s’intende il fatto che, alla fine del XX secolo, il capitalismo è penetrato ormai in ogni angolo e ogni poro della società, tutti piegandoli alla propria logica economica. Il capitalismo contemporaneo è assoluto perchè la sua logica di funzionamento regge completamente ogni ambito della vita, senza più lasciare alcuna autonomia di scopi e di regole ad altre istituzioni. L’azienda, cioè l’istituzione che promuove la produzione e la circolazione delle merci in funzione del profitto, diventa allora non più soltanto la cellula del sistema economico, ma l’alfa e l’omega della società, perché la società è diventata una società di mercato, in cui ogni bene pubblico è stato convertito in bene privato, e ogni bene privato in merce. Di conseguenza ogni istituzione viene concepita come azienda, persino l’ospedale, persino la scuola, e persino l’intero paese, che non è più nazione, ma azienda, l’ “azienda-Italia”. La logica puramente contabile dei ricavi monetari da massimizzare e dei costi monetari da minimizzare, propria dell’azienda, diventa così il criterio regolatore di ogni ambito della vita associata, generando un inedito totalitarismo, non della politica ma dell’economia, dell’economia autoreferenziale del plusvalore.
Questa inedita situazione storica spinge il nostro mondo verso quella crisi di civiltà di cui parlavamo all’inizio. Asservire ogni ambito della società, e la natura stessa, alla logica della merce e del profitto significa ledere in modo gravissimo natura e società. Questa nuova realtà colpisce al cuore i fondamenti stessi della civiltà occidentale.
Con “civiltà occidentale” intendiamo in sostanza la civiltà borghese moderna. Essa è la civiltà che elabora alcuni valori universali (i diritti individuali, la libertà e la sicurezza personali, la ricerca personale del vero) e alcune istituzioni nelle quali incarnare e far vivere questi diritti (lo Stato-nazione, l’istruzione pubblica), mettendo al centro di questa complessa costruzione la nuova realtà dell’economia capitalistica. Il rapporto fra borghesia, con i suoi valori e la sua cultura, e capitalismo, non è però così semplice e lineare come pensano i critici di entrambi. Se è vero che la borghesia è la classe sociale dominante nei paesi ad economia capitalistica, se è vero che la sua azione storica è quella di favorire lo sviluppo di tale economia, è anche vero che i valori universali di cui la cultura borghese si fa carico pongono dei limiti al dispiegamento universale della logica del profitto. Per fare solo due esempi, la sfera dei rapporti familiari, e la sfera della cultura e dell’istruzione, sono pensate nel mondo borghese classico come relativamente autonome e indipendenti rispetto alla sfera dell’economia e del profitto (anche se non in conflitto con queste ultime, s’intende). E questa autonomia e indipendenza non sono un’aspirazione ideale, ma un fatto storico concreto. Inoltre, nelle coscienze più avanzate della borghesia si fa presto strada la percezione di come la logica del capitalismo lasciata a se stessa finisca per confliggere con i valori proclamati dalla borghesia stessa, e questa coscienza porta al fiorire delle correnti riformiste che cambieranno il volto dei paesi occidentali negli anni che seguono la fine della Seconda Guerra Mondiale. La fusione fra i valori liberali classici e quelli “social-riformisti” è alla base degli aspetti più validi della civiltà borghese moderna, sintetizzati per esempio nelle “quattro libertà” di un famoso discorso di Roosevelt, in seguito ripreso nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
In sintesi, il mondo borghese vive in un equilibrio instabile fra sviluppo dell’economia capitalistica e sviluppo di valori universali[3].
La nostra tesi fondamentale è che questo equilibrio si è definitivamente rotto in tempi recenti, e lo sviluppo del capitalismo assoluto si pone oggi in radicale contrasto con i valori universali che la borghesia ha elaborato in passato. La logica di sviluppo dell’economia del plusvalore porta, come abbiamo detto, ad invadere ogni ambito della vita sociale, piegandoli tutti all’esigenza del profitto. Società e natura diventano variabili dipendenti. Questo totalitarismo dell’economia capitalistica non è più borghese perché distrugge alcuni degli aspetti fondamentali della cultura borghese, e in questo modo distrugge la stessa borghesia, che è una classe definita anche dalla sua tradizione culturale e non solo dal suo ruolo dirigente nel modo di produzione capitalistico. L’attacco alle realizzazioni migliori della civiltà borghese è uno degli aspetti fondamentali del nostro tempo. Il processo di distruzione delle conquiste di tipo socialdemocratico è ben avviato in tutti i paesi occidentali, e le stesse garanzie liberali sono poste in questione dagli sviluppi della “guerra al terrorismo” portata avanti dagli USA. Questi fenomeni appaiono una conferma delle parole di J.Diamond citate all’inizio, che prospettano “un futuro caratterizzato da standard di vita significativamente inferiori a quelli odierni” (per l’abbandono delle conquiste di tipo socialdemocratico ottenute nel secondo dopoguerra) e una “crisi di quelli che consideriamo alcuni dei nostri valori-chiave” (per l’abbandono delle garanzie della libertà personale nella “guerra al terrorismo”).
Combattere la crisi di civiltà verso cui il nostro mondo si sta avviando significa dunque combattere contro il capitalismo assoluto e la sua logica totalitaria.
Naturalmente, una lotta politica deve svolgersi contro delle realtà politiche, e il capitalismo assoluto non è una realtà direttamente politica ma si situa piuttosto sul piano socioeconomico. Per dispiegare una proposta politica occorre individuare le realtà politiche che nel mondo attuale rappresentano la minaccia alla civiltà.
Per orientarci, ripensiamo alla minaccia rappresentata alla metà del Novecento dagli Stati nazifascisti, in particolare dalla Germania: uno Stato fascista di grandi dimensioni, industrialmente e tecnologicamente avanzato, potentemente armato, guidato da un lucido e coerente disegno di dominio geopolitico, deciso a portare la guerra in ogni angolo del pianeta per realizzare le proprie mire strategiche, motivato ideologicamente dalla convinzione della propria superiorità culturale e quindi capace di usare ogni mezzo, anche il più inumano, nella repressione di chi a tali mire si opponga. Questo è stata la Germania nazista, e il pericolo che essa ha rappresentato si è concretizzato nella immane carneficina della Seconda Guerra Mondiale.
Nessuno Stato attualmente esistente corrisponde a questa descrizione. Esiste però uno Stato che ci arriva abbastanza vicino. Basta infatti togliere a quella descrizione l’aggettivo “fascista”. Rileggiamola dopo questa modifica: uno Stato di grandi dimensioni, industrialmente e tecnologicamente avanzato, potentemente armato, guidato da un lucido e coerente disegno di dominio geopolitico, deciso a portare la guerra in ogni angolo del pianeta per realizzare le proprie mire strategiche, motivato ideologicamente dalla convinzione della propria superiorità culturale e quindi capace di usare ogni mezzo, anche il più inumano, nella repressione di chi a tali mire si opponga.
Si tratta di una buona descrizione della realtà attuale degli Stati Uniti d’America. Gli Stati Uniti d’America rappresentano nel mondo contemporaneo un pericolo per l’umanità analogo a quello rappresentato dalla Germania nazista alla metà del Novecento. E rappresentano anche il paese capitalista che con più forza e determinazione agisce per una sempre maggiore estensione dei rapporti sociali capitalistici. Gli USA sono dunque, sul piano della realtà politica, l’avanguardia delle forze che spingono il nostro mondo alla rovina, e devono quindi essere combattuti come i nemici del genere umano.
Si può osservare come questa inedita situazione storica sia il vero fondamento dell’esaurimento della categoria di antifascismo. Non c’è oggi nessuno spazio politico per l’antifascismo non solo perché non c’è all’orizzonte nessun “pericolo fascista”, ma soprattutto perché il pericolo per l’umanità, analogo a quello rappresentato dal nazifascismo alla metà del Novecento, è oggi rappresentato da una grande potenza che fascista non è. L’antifascismo ha rappresentato la risposta politica, culturale, morale alla sfida nazifascista. In particolare, la struttura della tipica “alleanza antifascista” (moderati, liberali, cristiani assieme a socialisti e comunisti) era una conseguenza della natura del pericolo da combattere. Oggi siamo in presenza di un pericolo completamente diverso, di una sfida completamente diversa, e la risposta deve essere diversa. In particolare, deve essere diversa la natura delle alleanze politiche e culturali necessarie per combattere l’attuale nemico.
5. In difesa della civiltà occidentale.
Abbiamo detto che il capitalismo assoluto, con la sua espressione politico-militare rappresentato oggi dall’imperialismo USA, tende a distruggere alcuni aspetti fondamentali della civiltà occidentale.
Se proviamo a indicare alcuni dei contributi di valore universale della civiltà occidentale, possiamo ricordare, come abbiamo fatto sopra, da una parte le conquiste di tipo più strettamente “liberale” (libertà di pensiero e di parola, libertà religiosa, sicurezza della persona, garanzie di una magistratura indipendente dal potere politico, sovranità della legge), dall’altra quelle di tipo “socialdemocratico” (assistenza sanitaria, pensioni, istruzione pubblica, diritti del lavoro). Ora, nella configurazione economica e politica del mondo contemporaneo vediamo venire meno entrambi i tipi di conquiste.
E’ stato da più parti osservato che la cosiddetta “guerra al terrorismo” sta mettendo in questione i fondamenti dello Stato di diritto, una delle grandi conquiste della civiltà occidentale[4]. A nostro avviso, non si tratta di un momento passeggero. La crisi dello Stato di diritto, il venir meno di alcuni diritti fondamentali degli individui, è un aspetto costitutivo della realtà attuale: il progetto Usa di controllo globale delle risorse del pianeta non può che suscitare un rifiuto altrettanto globale, per combattere il quale, nell’epoca di internet e degli spostamenti facili, non è possibile farsi fermare da cose come l’habeas corpus.
Allo stesso modo, la fine del Welfare State è una conseguenza necessaria della nuova realtà economica e sociale che chiamiamo globalizzazione o neoliberismo, come ci ripetono da anni tutti i sostenitori della bontà della globalizzazione stessa. Non possiamo più avere diritti e garanzie, ci viene detto, perché essi sono incompatibili con la fase attuale del capitalismo. La rete di sicurezze e garanzie del Welfare State è un ostacolo alla competitività di un paese, e nell’era della globalizzazione la competitività è tutto.
Questa situazione ci porta in modo naturale alla seguente proposta: il fondamento di una nuova radicalità anticapitalista è rappresentato oggi dalla difesa intransigente dei valori fondamentali della civiltà occidentale, quali si trovano condensati in testi come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la Costituzione della Repubblica Italiana.
Vi sono diversi argomenti a favore di questa proposta. Vi sono innanzitutto argomenti pratici. Assumere la difesa dei diritti, sia “liberali” sia “socialdemocratici”, come fondamento dell’anticapitalismo, rappresenta l’unica possibilità per far uscire l’anticapitalismo dalla sua attuale condizione ultraminoritaria. Mentre la grande massa della popolazione non seguirà mai, in questa fase storica, chi propone il comunismo o il comunitarismo, è almeno pensabile che possa seguire chi propone di difendere la sanità pubblica o il diritto di non essere messi in carcere senza prove. Se questo è l’aspetto pratico, il punto decisivo da capire è che sostenere queste richieste ha oggi una valenza anticapitalista molto maggiore del comunismo o del comunitarismo: il sistema sanitario pubblico o l’habeas corpus rappresentano in questa fase delle “incompatibilità del capitale”, rappresentano ciò che deve essere abbattuto perché si possa dispiegare la logica del capitalismo assoluto. E’ per questo che non coglie nel segno la prevedibile obiezione di chi osserverà che queste sono tipiche richieste “riformiste”, e che il riformismo (nel suo senso proprio) non ha oggi alcuno spazio. La risposta a questa obiezione è: “appunto per questo”. Appunto perché si tratta di richieste incompatibili con l’attuale capitalismo, e d’altra parte sono comprensibili a tutti, appunto per questo il sostenerle ha una valenza anticapitalistica impareggiabile.
Naturalmente questo non vuol dire che qualsiasi richiesta incompatibile con l’attuale capitalismo sia da sostenere. Sono da sostenere quelle richieste che ci aiutano a spezzare la presa soffocante del capitalismo assoluto, la sua tendenza a piegare alla logica del profitto e della merce ogni ambito della società. La proposta di difendere i valori fondamentali della civiltà occidentale non deve essere intesa come un tentativo di ritorno ai tempi felici del consumismo spensierato. Si tratta invece di individuare gli ambiti sociali nei quali questo tipo di richieste renda possibile spezzare la logica del capitalismo assoluto. In una situazione, per ora inimmaginabile, nella quale sia possibile indirizzare la politica di un paese in senso anticapitalistico, il fatto che un ambito sociale sfugga alla logica capitalistica porterà ovviamente a una serie di contraccolpi, visto che nel frattempo la stessa logica continuerà a dominare la totalità sociale. Questi contraccolpi andranno fronteggiati continuando nel tentativo di sottrarre altri ambiti sociali alla logica del profitto, questo tentativo indurrà altri contraccolpi e questo insieme di azioni e reazioni rappresenterà un percorso di fuoriuscita dall’attuale dominio del capitalismo assoluto, percorso che si costruirà in assenza di un progetto precostituito di nuova società.
Facciamo un esempio, per rendere più chiaro il discorso: una tipica conquista “socialriformista” è stata quella di pensioni dignitose per tutti i lavoratori. Essa era espressione di un valore umano assoluto, il fatto che non si possono abbandonare gli anziani alla loro debolezza. L’attuale capitalismo globalizzato nega questa conquista, facendo anche della pensione una pedina di giochi finanziari nei quali il singolo individuo rischia di essere stritolato. E’ chiaro allora che il riferimento alle conquiste “socialriformiste” ha una valore di mobilitazione contro il capitalismo attuale. Questo però non vuol dire che si debba proporre necessariamente, come forma di realizzazione concreta del valore assoluto dell’assistenza agli anziani, quella tipica della fase socialriformista. Invece della pensione intesa come reddito monetario, si può pensare a fornire agli anziani gratuitamente servizi sociali e assistenza, o magari si può pensare a creare forme di vita comunitarie che provvedano autonomamente all’assistenza, o a ricreare addirittura la famiglia allargata più o meno tradizionale. Non sappiamo quale potrebbe essere la soluzione, e non ha senso impegnarsi qui in questa discussione. I punti fondamentali da ribadire sono due: in primo luogo, il riferimento alla fase “socialriformista” serve come esempio concreto di una fase nella quale la comunità non abbandonava gli anziani a se stessi; in secondo luogo, qualsiasi sia la soluzione scelta, essa comporterà inevitabilmente dei contraccolpi, perché rappresenterà una scelta contraria alle istanze della competitività e del profitto che regolano l’intero pianeta. Tali contraccolpi andranno affrontati e parati mantenendo come asse di orientamento l’esigenza di sottrarre altri ambiti sociali alla logica del capitalismo assoluto.
In sostanza: sostenere, contro il capitalismo assoluto, alcune delle conquiste raggiunte dalla civiltà occidentale non significa dunque tornare alla fase “socialdemocratica” vissuta dai paesi occidentali nel secondo dopoguerra, ma usare i valori della civiltà occidentale come leve per scardinare la logica del capitalismo assoluto.
Questo ci sembra l’unica possibilità di un cambiamento di direzione per il mondo contemporaneo. Si tratta naturalmente di un processo per il quale al momento non esistono le condizioni di avvio. E’ però almeno pensabile che le prime avvisaglie della crisi di civiltà verso la quale ci stiamo avviando possano cambiare le attuali condizioni, creando un’opportunità storica che oggi non è data.
Queste considerazioni ci portano all’altro gruppo di argomenti a favore della nostra proposta, che sono argomenti di tipo teorico. Ci sembra infatti possibile sostenere che non c’è in sostanza, nella situazione attuale, altra base teorica effettiva per l’anticapitalismo. Le immagini di società alternative, comuniste o tradizionaliste, si riducono a nulla, a vuoto. Questo non è casuale ma ha una motivo molto serio. Abbiamo infatti detto che ciò che contraddistingue l’attuale capitalismo assoluto è il suo penetrare in ogni angolo della totalità sociale. Esso è ormai penetrato dentro le stesse modalità di formazione antropologica degli individui. E’ la stessa persona umana che oggi è plasmata dalle dinamiche del plusvalore. Questa inedita realtà non è ancora stata adeguatamente pensata[5], ma si possono capire bene alcune sue conseguenze. Se il capitalismo assoluto si pone come unica realtà, che plasma la stessa antropologia, ogni immagine realtà alternative (comuniste o comunitarie) non potrà che sbiadire, non potrà che ridursi a un’idea vacua e insulsa. E’ esattamente quello che succede. Al contrario, i principi e i valori della civiltà occidentale sono realtà ancora ben vive e presenti, per quanto sotto attacco, e per questo rappresentano una vera base di resistenza anticapitalistica.
6. Contro l’estremismo.
La proposta politica e culturale che stiamo esponendo si scontra con l’atteggiamento culturale e umano delle attuali minoranze anticapitalistiche. Le persone alle quali ci rivolgiamo si considerano infatti dei rivoluzionari che intendono abbattere la società borghese, e troveranno certo molto strano che ci si appelli a loro per un programma di difesa dei valori della civiltà occidentale, cioè borghese.
Questa impostazione, di estremismo rivoluzionario e quindi di rifiuto dei valori della civiltà occidentale, ci sembra oggi profondamente sbagliata. Un nuovo movimento culturale e politico anticapitalista non dovrà, a nostro avviso, definirsi come estremismo antiborghese. Ci sembra perciò necessaria una critica dell’estremismo.
Il punto di partenza di tale critica è la totale e radicale insignificanza storica dell’attuale estremismo politico anticapitalista (di destra e di sinistra). Nelle nostre società occidentali l’estremismo anticapitalista non conta nulla, non ha mai contato nulla da almeno 40 anni, non c’è nessun elemento per pensare che possa contare qualcosa in tempi ragionevoli.
La radicale insignificanza storica del mondo dell’estremismo è insieme causa ed effetto di una particolare strutturazione culturale e umana che non è difficile da descrivere.
Il mondo dell’estremismo è un mondo di piccole sette chiuse in se stesse, incapaci di comunicare fra di loro e col resto della popolazione. Ciascuna piccola setta si costruisce i propri riferimenti culturali, in genere scegliendo autori in qualche modo laterali, e il proprio linguaggio, che ha la funzione di discriminare fra il piccolo mondo interno alla setta e il resto del genere umano. Gli appartenenti alla setta si dedicano ad un lavoro pseudo-culturale che consiste in sostanza nel rafforzamento dei dogmi fondanti della setta, e ad un lavoro pseudo-politico il cui unico effetto concreto è quello di creare l’illusione di una attività sensata. Sul piano umano, ciò che più colpisce è il fatto che gli adepti del piccolo mondo degli estremismi non sono evidentemente per nulla coinvolti negli ideali che affermano di avere. Se lo fossero, la stridente contraddizione fra i loro ideali e l’appartenenza a piccoli gruppi politici che sono totalmente e manifestamente incapaci di fare alcunché in favore degli ideali, non potrebbe restare celata alle loro coscienze: causerebbe una sofferenza tale da esplodere drammaticamente, e questa esplosione non potrebbe non implicare una radicale distacco critico da tali piccoli gruppi politici. Ma non è questo ciò che avviene nel mondo dell’estremismo. Gli adepti dei piccoli gruppi estremisti sembrano vivere benissimo con la loro pseudo-cultura e la loro pseudo-politica. Il che significa una cosa sola: alla maggioranza delle persone in questi ambiti non importa nulla degli ideali che dicono di avere. Ciò che cercano non è realmente un mondo migliore, ma proprio l’ambiente della setta.
Come dicevamo, non è difficile fare questa descrizione dell’ambiente degli estremismi di destra o di sinistra nei paesi occidentali. Più difficile è capire le cause di questa situazione. Infatti l’estremismo non è sempre stato così. In altri momenti ha rappresentato una forza politica e culturale reale, anche se sempre minoritaria. Il punto è che l’estremismo in altri tempi esprimeva una realtà sociale e culturale viva e presente, era la punta estrema di movimenti sociali, politici, culturali che avevano realtà e consistenza storica. Oggi non è più così. Cosa è successo nel frattempo? E’ successo il fenomeno che abbiamo grossolanamente descritto sopra: la logica del capitale ha invaso ogni ambito della vita sociale generando l’inedita realtà che denominiamo capitalismo assoluto, e in questa evoluzione ha spazzato via le basi sociali e culturali degli estremismi anticapitalistici, sia di destra che di sinistra.
Il fatto che oggi il capitalismo si ponga come capitalismo assoluto distrugge ogni illusione che esista una base sociale già data per una politica anticapitalistica. Né il proletariato né la piccola borghesia nazionalistica rappresentano una base di questo tipo. Gli attuali ceti subalterni non esprimono più in nessun modo istanze di oltrepassamento del capitalismo. Allo stesso modo, la novità dell’attuale situazione storica ha fatto emergere i limiti delle tradizioni culturali cui gli estremismi facevano riferimento. In mancanza di una base sociale rivoluzionaria, il marxismo mostra il suo sostanziale nichilismo: se l’essere umano è l’insieme dei rapporti sociali (VI tesi su Feuerbach) e questi rapporti sociali non producono una soggettività rivoluzionaria, il marxista non ha nessuno strumento per la critica del presente. Dall’altra parte, la difficoltà del pensiero di destra nel collegare le analisi culturali e antropologiche con la critica dell’economia politica è alla radice della sua difficoltà a focalizzare la natura dell’avversario, e questa difficoltà è accentuata in una situazione, come l’attuale, in cui è la logica del profitto a penetrare in ogni ambito della società, distorcendone la natura.
Riassumiamo: l’estremismo antiborghese oggi è privo di una base sociale e culturale, produce solo piccole sette insignificanti e attira in maggioranza tipi umani scarsamente interessati agli ideali che proclamano. Se siamo convinti della pericolosità della fase storica che stiamo vivendo, dell’urgenza di mobilitare tutte le forze disponibili per combattere il nemico del genere umano rappresentato dal capitalismo assoluto e dall’imperialismo USA, occorre allora abbandonare definitivamente il mondo dell’estremismo.
Questo abbandono comporta enormi vantaggi, dal punto di vista dell’attività politica pratica. Infatti esso prepara le condizioni per abbandonare la posizione ultraminoritaria dell’anticapitalismo attuale e per attirare larghi strati della popolazione dei paesi industriali avanzati. Si tratta di sviluppare e sistematizzare le idee che abbiamo enunciato sopra, quando abbiamo proposto la difesa dello Stato di diritto e delle conquiste del Welfare State come esempi di rivendicazioni anticapitalistiche. Il punto fondamentale è che tali rivendicazioni sono perfettamente comprensibili e condivisibili da molte più persone rispetto agli slogan tipici dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. Allo stesso modo, il compito di una forza politica anticapitalista dovrebbe essere oggi non quello di assumere atteggiamenti estremisti ma anzi quello di indicare come i veri estremisti, pericolosi per l’umanità, siano gli attuali ceti dominanti. E infatti, se vogliamo indicare cosa sia l’estremismo, esso andrebbe definito come l’atteggiamento culturale di chi prende un aspetto particolare e delimitato delle realtà sociale, lo pone come assolutamente valido e cerca di imporne la logica alla totalità della realtà sociale. In questo senso, è chiaro che è proprio l’attuale capitalismo assoluto ad apparire estremista, e fautori dell’estremismo sono gli attuali ceti dominanti, che di tale estremismo capitalistico si fanno zelanti fautori o per cecità culturale o per puro e semplice disinteresse verso qualsiasi cosa non abbia a che fare con i propri interessi immediati.
Con la proposta di abbandonare il mondo dell’estremismo intendiamo anche l’abbandono delle identità politiche che vivono in questo mondo. In particolare intendiamo l’abbandono delle identità comunista e fascista. La nostra proposta, contrapposta a quella delle alleanze rossobrune, è quindi che le minoranze anticapitaliste, comuniste e fasciste, abbandonino le loro contrapposte identità politiche, abbandonino lo sterile mondo degli estremismi, e si uniscano in un’opera di salvezza dei fondamentali valori della civiltà occidentale minacciati dalla logica mortifera del capitalismo assoluto. Non un’alleanza rossobruna, ma una nuova identità né rossa né bruna.
Questa proposta non implica la sconfessione delle proprie radici culturali. Al contrario, entro questa nuova identità anticapitalista dovranno confluire gli apporti migliori delle tradizioni culturali cui gli estremismi di destra e di sinistra fanno riferimento. La nostra proposta di dissolvimento delle contrapposte identità si riferisce alle identità politiche, non alle tradizioni culturali.
[1] Cfr. M. Badiale, Ricercando la comune verità, CRT 1999; M.Badiale, M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari 2007. Il tema dell’esaurimento di destra e sinistra è stato affrontato in numerosi scritti di Costanzo Preve, per esempio: C.Preve, Destra e Sinistra, CRT 1998.
[2] M.Badiale, Sul comunismo, oltre il comunismo, Indipendenza, anno XI, n. 22, luglio/agosto 2007, pagg.21-25. Si tratta di un articolo nel quale si sostiene l’esaurimento della nozione di “comunismo”, sia sul piano della teoria sia su quello della prassi. Naturalmente, se perde significato politico concreto la nozione di “comunismo”, lo stesso succede a quella di “anticomunismo”.
[3]Questa caratterizzazione della civiltà occidentale, che nasce da idee di Massimo Bontempelli, sarà oggetto di un lavoro attualmente in fase di elaborazione: M.Badiale-M.Bontempelli, Civiltà occidentale (titolo provvisorio).
[4] Cfr J.C. Paye, La fine dello Stato di diritto, Manifestolibri 2005.
[5] Frammenti di una riflessione sulle forme della personalità nel mondo contemporaneo, in relazione alle dinamiche del capitalismo attuale, si possono trovare dispersi in vari luoghi. Citiamo per esempio C.Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani 1992. U. Galimberti, I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli 2004, e alcuni articoli pubblicati da M.Bontempelli nella rivista “Indipendenza”: Libertà, sessualità e vuoto antropologico, Indipendenza, anno V, n.10, aprile/luglio 2001, pagg.23-24; Capitalismo e personalità antropologiche, Indipendenza, anno VII, n.14, giugno/luglio 2003, pagg.13-17; Sessualità. Tra moralismo repressivo e permissivismo consumistico, Indipendenza, anno X, n.19-20, febbraio/maggio 2006, pagg. 30-32.
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