(Né rossi né bruni: una proposta politico-culturale alle minoranze antisistema)
di Marino Badiale
PARTE TERZA
7. Frammento di una discussione sui fondamenti filosofici.
Una nuova identità anticapitalista va ovviamente costruita su tutti i piani: culturale, filosofico, politico, sociale. Essa può risultare solo da una discussione approfondita su tutti questi piani, e poi naturalmente dal confronto con la realtà storica. Nel resto di questo saggio proverò a fornire qualche schizzo di come questo tipo di discussione potrebbe essere condotta. In particolare in questo paragrafo tenterò di abbozzare una discussione filosofica, quindi non direttamente collegata alle discussioni storico-politiche svolte nel resto del saggio.
Enunciamo tre tesi filosofiche che vorrebbero tentare una sintesi delle contrapposte culture della destra e della sinistra.
i. Il Bene è.
ii. La vita umana ha senso e valore solo in quanto scelta e testimonianza, quindi manifestazione, del Bene.
iii. Ogni vita umana è una possibilità permanente di manifestazione del Bene.
Per la precisione, la tesi ii. è quella che considero espressione della cultura di destra, la tesi iii. è espressione della cultura di sinistra, la tesi i. è il fondamento delle due successive. Esaminiamole nell’ordine.
i. Il Bene è. Dire che il Bene è significa dire che esiste un ordine trascendentale di valori e significati che costituiscono il livello specificamente umano della realtà. L’essere del Bene sta nel suo dare un senso e un valore alla vita umana. Il Bene è quindi realtà trascendentale, condizione universale del manifestarsi della realtà umana come tale[1].
Si noti che in questa espressione utilizziamo la distinzione, tipica del linguaggio filosofico ma inusuale nel linguaggio ordinario, fra essere ed esistere. Il Bene può, in un dato momento storico, non esistere sul piano dell’evidenza empirica, ma continua purtuttavia a essere. Si tratta naturalmente di una formula che ha senso e contenuto solo come punto d’arrivo della riflessione filosofica, non come assioma di partenza.
ii. L’essere umano vive nella scissione fra l’ordine di valori e significati, che sintetizziamo nell’espressione “il Bene”, e la realtà empirica che non permette la piena realizzazione del Bene. Ciò significa che l’essere umano vive nel continuo sforzo di realizzazione del Bene, ed essendo l’essere umano libero, la sua vita si realizza come libera scelta del Bene (che solo in quanto libera è scelta del Bene autentico). Perché tutto ciò è, in un senso molto lato, “di destra”? Perché in questo sono implicite le idee di gerarchia e di autorità. Gerarchia, perché il Bene deve essere liberamente scelto e qualsiasi scelta implica appunto una gerarchia, implica decidere cosa ha valore e cosa non ne ha. Autorità, perché, dato che gli infiniti accidenti dell’esistenza rendono infinitamente diverse le scelte e i destini, le vite umane finiscono per differenziarsi anche e soprattutto nella loro capacità di realizzare e manifestare il Bene. Ma questo significa, contro l’egualitarismo, che in ogni dato momento c’è chi manifesta più e meglio il Bene, e in un mondo sensato questo deve essere riconosciuto in termini di autorità spirituale. Riconoscere e accettare l’autorità spirituale di chi meglio manifesta il Bene è un modo di scegliere il Bene (si noti come qui gerarchia a autorità siano indissolubilmente connesse alla libertà umana).
iii. Ma nessuno realizza pienamente il Bene. Nessun individuo, nessuna istituzione, nessuna società. Ognuno, anche il più saggio, deve essere aiutato a correggere i limiti del proprio modo di manifestare il Bene. E’ per questo che la terza tesi appare, anche qui in senso lato, “di sinistra”. Essa implica che ciascuno può aiutare l’altro, e quindi non posso mettermi nella condizione di non ascoltare l’altro (condannandolo alla schiavitù o all’ignoranza, per esempio), perché in tal modo privo me stesso della sua umanità e della sua intelligenza, e rinuncio così alla possibile manifestazione del Bene che egli avrebbe potuto donarmi, aiutandomi a correggere le mie parzialità. E’ questo il lato di eguaglianza fra gli esseri umani che è necessario difendere in una corretta visione filosofica. Inoltre, il variare degli accidenti storici fa sì che una realtà storica che in un determinato periodo manifesta il Bene possa non farlo più in un periodo successivo: essa va allora criticata e superata. E’ questa l’elemento di “progressismo” che deve essere conservato.
Se si accetta questa impostazione, sono chiare le critiche che possono essere portate alle contrapposte unilateralità della cultura di destra e di quella di sinistra. La tradizione conservatrice tende a “empiricizzare” il Bene. Tende cioè a identificarlo con istituzioni, culture, tradizioni specifiche e determinate, senza vedere come ogni tradizione abbia il suo modo particolare e determinato di realizzare il Bene ma anche di tradirlo, e come le vicende storiche possano cambiare il senso delle realtà empiriche, trasformando ciò che era Bene in un dato momento in qualcosa che non lo è più. Le posizioni progressiste fanno l’errore opposto, basandosi sulla realtà innegabile di tali mutamenti storici per negare l’idea stessa di Bene, l’idea stessa di un ordine trascendentale di valori che fa da orizzonte di senso alla storia senza essere esso stesso storico. E’ interessante notare che talvolta la cultura di sinistra riesce a commettere entrambi gli errori, negando ogni valore assoluto e allo stesso tempo assolutizzando particolari realtà contingenti (vedi la difesa a oltranza dell’URSS nel dopoguerra). La radice comune di questi due errori simmetrici sembra essere la fuga di fronte alla tragicità della situazione umana. Siamo condannati a cercare il senso della nostra vita in un ordine di valori che sappiamo inattingibile nella sua pienezza. Sappiamo inoltre che ogni realizzazione empirica del Bene che riusciamo a costruire nella nostra vita è destinata, in quanto realizzazione umana, ad essere infranta dalla realtà empirica, dal suo essere irriducibile all’ordine trascendentale dei valori. E’ da questa “fragilità del Bene” che fuggono sia la cultura di destra sia quella di sinistra, la prima illudendosi di trovare il Bene realizzato in una solida e stabile realtà empirica, la seconda negando il Bene stesso per negare alla radice l’angoscia generata dall’impossibilità che il Bene abbia stabilità e permanenza empiriche.
Ma la fragilità del Bene non è motivo di disperazione. E’ perché il Bene è fragile che ha bisogno di noi. Operando il Bene sappiamo di dare quel contributo che solo noi possiamo dare, nelle forme e nei modi che, radicati nella nostra storia individuale, la nostra debolezza ci permette: è precisamente questo che rende la nostra vita sensata, e nel momento in cui diamo senso alla nostra vita operando il Bene, attingiamo all’unica eternità che sia possibile per noi.
8. Proposta di un discrimine teorico-politico.
Una proposta politico-culturale non vive però solo di discussioni filosofiche, com’è ovvio. Essa ha bisogno di un asse politico che deve essere sviluppato anche in mancanza di un accordo filosofico di fondo. E’ abbastanza semplice indicare quali potrebbero essere i punti discriminanti di una nuova forza politica anticapitalistica, nata dall’abbandono delle precedenti identità di estrema destra ed estrema sinistra. I punti discriminanti sono tre: anticapitalismo, antimperialismo, Costituzione. Esaminiamoli nell’ordine.
i. Anticapitalismo: Il rifiuto del capitalismo deve essere correttamente modulato sulle caratteristiche del capitalismo attuale. Vi deve quindi essere una visione condivisa di quale siano le sue caratteristiche fondamentali. Noi proponiamo la nozione di “capitalismo assoluto” come descrizione essenziale di tali caratteristiche. Se si condivide tale visione, vi sono varie conseguenze interessanti. Una di tali conseguenze è il rifiuto della nozione di sviluppo inteso come crescita del PIL. Lo sviluppo come crescita del PIL coincide con l’essenza del capitalismo attuale. E’ in nome dello sviluppo che l’intera società è sottomessa alla logica del profitto, si distruggono i diritti e i livelli di vita dei ceti subalterni, si avvelena l’ambiente, e si porta guerra e distruzione nel mondo. La prospettiva che deve guidare una forza politica anticapitalistica non può che essere quella della decrescita intesa come decrescita del PIL.
ii. Antimperialismo. L’imperialismo Usa è oggi la principale espressione politica e militare del capitalismo assoluto, e rappresenta quindi il principale nemico dell’umanità. Vanno quindi sostenute tutte le realtà che in qualche modo sono di ostacolo al suo procedere, in particolare quelle realtà che rappresentano una resistenza popolare contro l’occupazione militare di Usa e alleati. Una forza politica anticapitalista e antimperialista avrà quindi come punto programmatico irrinunciabile il sostegno alle resistenze afgana, irakena, libanese e palestinese contro le occupazioni e gli attacchi di Usa e Israele. La questione delicata, che dovrà essere risolta caso per caso, è quella relativa al fatto che il sostegno a chi si oppone all’imperialismo non può diventare acritico. Se, come abbiamo detto, la nuova forza anticapitalista deve sostenere i valori fondamentali della civiltà occidentale, non potrà non marcare delle distanze rispetto a tradizioni culturali che da tali valori appaiono lontane. Occorrerà dunque saper tenere assieme il sostegno politico e la ricerca del confronto culturale con l’esigenza di non appiattire le proprie specificità. Un altro punto delicato è quello che riguarda la crescita di imperialismi concorrenziali rispetto a quello, attualmente dominante, degli Usa. Si può discutere se nella fase attuale tale crescita possa essere vista come un fatto positivo, come limite e pietra d’inciampo allo strapotere Usa, o come passaggio da una fase imperialistica “monocentrica” a una fase “policentrica”, che aprirebbe maggiori possibilità di manovra alle forze antimperialistiche. In ogni caso occorre evitare l’errore di schierarsi con un imperialismo contro l’altro. Deve essere chiaro che non c’è nessun elemento per pensare che un imperialismo cinese, o russo, o europeo, o eurasiatico, rappresenti in prospettiva un pericolo per l’umanità minore di quello rappresentato oggi dall’imperialismo Usa. La bussola per orientarsi è rappresentata dalla nozione di decrescita: qualsiasi potenza geopolitica che si opponga all’imperialismo Usa sulla base della nozione di crescita capitalistica non rappresenta in nessun modo una reale alternativa all’imperialismo Usa. Solo la prospettiva della decrescita rappresenta una via d’uscita dal vicolo cieco in cui l’umanità si è cacciata.
iii. Costituzione. Anticapitalismo e antimperialismo, se sono punti irrinunciabili, non indicano però quella fondamentale e necessaria rottura col passato delle identità estremiste (di destra e di sinistra). Tale rottura è invece evidenziata dal terzo fondamentale punto programmatico: l’assunzione decisa dei valori e dei principi della Costituzione della Repubblica Italiana. La Costituzione rappresenta un’ottima summa dei valori fondamentali della civiltà occidentale, quei valori oggi minacciati e che bisogna rivendicare contro la logica mortifera del capitalismo assoluto. Occorre assumere la Costituzione come asse ideale, sapendo benissimo che essa non ha nessun contenuto rivoluzionario, nel senso che gli estremismi antiborghesi hanno finora dato a questa parola: si tratta di una Costituzione nella sostanza liberaldemocratica, con forti influenze del pensiero cattolico e del pensiero socialcomunista. E’ appunto questa miscela a rappresentare oggi un ostacolo allo sviluppo mortifero del capitalismo assoluto.
Assumere la Costituzione come orizzonte di valori rappresenta certamente un passo difficile per chi proviene dal mondo dell’estremismo, mondo nel quale essa è sempre stata osteggiata: a destra per il suo derivare dalla Resistenza antifascista, a sinistra per il suo carattere non rivoluzionario, per il suo rappresentare un compromesso fra diverse istanze. Proprio per questa difficoltà di accettazione, la Costituzione è il punto discriminante più significativo nei confronti del mondo dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. All’interno di tale mondo è molto facile dichiararsi anticapitalisti e antimperialisti, molto più difficile dichiararsi a favore della Costituzione. Appunto per questo, è la scelta della Costituzione a segnalare la rottura col mondo dell’estremismo.
9. Proposte politiche.
E’ possibile infine provare a dare qualche indicazione sul piano politico? Crediamo di sì. Sembrerebbe che da alcune delle tesi esposte in precedenza debba derivare una sostanziale passività politica. Abbiamo detto infatti che il capitalismo attuale ha ormai invaso l’intero “mondo della vita”, l’intera realtà sociale, e la stessa antropologia degli individui, assorbendo ogni alterità, ogni istanza sociale che in fasi precedenti aveva potuto contrapporsi ad esso. L’intera realtà sociale è plasmata e riplasmata dall’incessante movimento dell’economia del plusvalore, ed è amministrata, in funzione dell’economia, dalla politica. Ma non si dovrebbe allora concludere che è impossibile opporsi all’attuale realtà? Questa è la conclusione necessaria per chi pensa che, per combattere il capitalismo, si debba individuare il “soggetto sociale rivoluzionario”, le cui lotte rappresentano la base su cui costruire l’alternativa. Se si esce da questa forma mentis del marxismo tradizionale, si può capire che la nostra posizione esprime pessimismo ma non disperazione. Infatti la plasmabilità totale della realtà sociale da parte del capitale, se impedisce la sedimentazione del “soggetto sociale rivoluzionario”, implica d’altra parte il sottoporre la realtà sociale ad un incessante, invasivo sommovimento, che non può non generare forme di opposizione. L’esempio più importante oggi in Italia è quello delle lotte in difesa del territorio. Ci riferiamo ai quei movimenti (NO TAV, NO ponte sullo stretto, NO rigassificatori, NO discariche ecc.) che nascono come difesa di un territorio da progetti economici invasivi e devastanti per gli equilibri del territorio stesso. Questa invasività e queste devastazioni sono inevitabili, all’interno del meccanismo di sviluppo dell’economia capitalistica, nella fase attuale. Infatti, tale sviluppo non può fare a meno dell’accumulazione di realtà fisiche sul territorio (strutture produttive, infrastrutture edilizie come autostrade e aeroporti, strutture commerciali, mezzi di trasporto, rifiuti che occorre smaltire in qualche modo). Ma il territorio italiano è saturo (altrove la situazione può essere diversa): l’Italia è un paese piccolo e sovrappopolato, il cui territorio è stato da tempo invaso dalle realtà fisiche prodotte dallo sviluppo. Non essendoci più spazio libero, le nuove strutture fisiche necessarie per lo sviluppo possono inserirsi solo in una realtà fisica e sociale già organizzata, mettendone in crisi gli equilibri. In parole povere, le nuove strutture devono invadere la vita quotidiana degli abitanti del territorio, sconvolgendola. L’opposizione da parte degli abitanti del territorio attaccato è dunque naturale e istintiva, non necessariamente derivante da opzioni politiche e ideologiche generali. E’ a questo tipo di opposizioni e di lotte che una nuova forza politica dovrebbe fare riferimento.
E’ anche possibile indicare quale potrebbe essere il primo strumento di cui dotarsi, per la costruzione di una nuova forza politica. Partiamo infatti dalla ricognizione di quali siano le forze attualmente disponibili. Si sa che i gruppi che si proclamano anticapitalisti e antimperialisti rappresentano piccolissime minoranze. Ma la situazione è in realtà ancora peggiore. Infatti, la stragrande maggioranza degli anticapitalisti attuali è costituita da persone che presentano distorsioni della personalità tali da renderle non affidabili per un lavoro collettivo. Il motivo di questo dato di fatto può essere spiegato: proprio l’estrema pervasività attuale della manipolazione capitalistica degli individui, proprio il fatto che oggi il capitalismo plasma gli individui in profondità, fa sì che lo sviluppo di coerenti posizioni anticapitaliste è possibile solo attraverso un travaglio personale profondo, che il più delle volte è motivato da grandi sofferenze individuali, variamente originate. Questo tipo di esperienze finiscono col plasmare persone che da una parte sviluppano capacità di comprensione dei principali problemi della nostra realtà politica e sociale, dall’altra pagano questa lucidità con vari tipi di distorsioni della personalità. Queste distorsioni, che possono essere le più diverse, rendono gli anticapitalisti, in larga maggioranza, persone incapaci di un lavoro collettivo serio. Il risultato è che solo una piccola minoranza di quella piccola minoranza rappresentata dagli anticapitalisti può rappresentare oggi la base dalla quale partire. Buttando una cifra a caso, poniamo che tale base sia l’un per mille della popolazione. In Italia, vuol dire poco più di 50.000 persone. Cosa si può fare con 50.000 persone? Se cerchiamo voti per un partito, è chiaro che l’un per mille della popolazione serve a poco. Se cerchiamo non elettori ma lettori, la cosa cambia. Una proposta concreta sarebbe allora quella di fondare un giornale, diciamo un mensile o un quindicinale, che potesse sperare di raggiungere almeno questi suoi potenziali 50.000 lettori (e in seguito anche altri). Quale dovrebbe essere il taglio di questa rivista? Dovrebbe tentare di rivolgersi ad un pubblico vasto, e quindi essere scritta in maniera semplice. Le tematiche di fondo dovrebbero essere quelle della crisi di civiltà dalla quale siamo partiti. Oggi bastano semplici ragionamenti per capire che l’attuale organizzazione della società, il nostro modo di produrre, consumare, vivere, non ha futuro, e che il seguitare lungo questa strada non può che rendere sempre più vicine e concrete le minacce di guerre, degrado ecologico, sconvolgimenti sociali che avvertiamo intorno a noi.
La coscienza che “non si può continuare così” è in realtà, noi crediamo, diffusa, ma in mancanza di una adeguata chiarezza concettuale viene vissuta come un’angoscia sorda, che può tradursi al più in aggressività verso il capro espiatorio di turno (gli immigrati o i “comunisti” per le persone di destra, Berlusconi o i “fascisti” per le persone di sinistra). Questa mancanza di chiarezza è dovuta al fatto che si continua a pensare alla realtà del mondo contemporaneo secondo categorie ormai inservibili (destra e sinistra, progresso e conservazione, fascismo e antifascismo, comunismo e anticomunismo, fede religiosa e laicismo). Queste categorie impediscono di focalizzare la natura vera del nostro mondo, e hanno un effetto profondamente conformista, anche in chi pensi di essere persona critica, progressista o magari rivoluzionaria.
Per uscire dal conformismo e per pensare criticamente il presente occorre cominciare a capire quali siano i principi regolativi che oggi si sono imposti nei vari ambiti della vita sociale, dominando i comportamenti collettivi. Si potrebbe argomentare che tali principi derivano in ultima analisi dal capitalismo assoluto, ma le pagine di una rivista non sono il luogo adatto per una tale deduzione, che è difficile e “astratta”. Piuttosto, il lavoro da svolgere in una rivista sarebbe quello di rintracciare i principi (negativi e distruttivi) che regolano l’attuale vita sociale attraverso analisi concrete di fatti concreti. Non per disegnare modelli alternativi, che oggi non possono esistere. Ma per aiutare coloro che intuiscono il carattere distruttivo del mondo attuale ad acquisire una coscienza chiara della realtà.
La rivista a cui pensiamo dovrebbe essere di dimensioni ridotte, per esempio due fogli piegati, otto pagine in tutto. Una iniziativa di questo tipo avrebbe un taglio più “giornalistico” delle riviste-libro prodotte normalmente dai gruppi di intellettuali “critici”. Verrebbero pubblicati non lunghi articoli-saggi tematici, ma articoli più brevi scritti a partire da fatti di cronaca. Il punto di partenza sarebbe cioè quello tipico di un giornale, ma l’intenzione sarebbe di andare più in profondità cercando di capire il significato dei fatti di cronaca. Si dovrebbe fare insomma una trattazione non giornalistica di fatti giornalistici. Il compito sarebbe sia quello di offrire una interpretazione alternativa di fatti noti, sia di mettere in risalto fatti poco noti, che vengono riportati dai media ma in posizione subordinata.
In una iniziativa di questo tipo, che vorrebbe pensare il contemporaneo al di fuori degli schemi usuali di cui si diceva sopra, potrebbero essere ospitati (se fossero interessati, s’intende) vari outsiders che oggi non trovano molto spazio nei media: da Beppe Grillo a Massimo Fini, da Marco Tarchi a Giulietto Chiesa.
Contrapponendosi frontalmente all’intero circo politico-mediatico del potere contemporaneo, non potrebbe contare su nessun finanziamento, e dovrebbe quindi reggersi esclusivamente sul sostegno dei lettori. Se una simile iniziativa fosse capace di stare in piedi, potrebbe rappresentare un primo nucleo attorno al quale provare ad impostare altre iniziative.
[1] Utilizziamo qui la definizione di “trascendentale” data da Massimo Bontempelli in un testo inedito: “Lo spettro della filosofia”.
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